Chainsaw Man: L’Anti-Eroe del Bisogno e l’Ontologia del “Cane”

Mentre la maggior parte degli Shonen si fonda sulla “Crescita” (diventare più forti, più saggi, più importanti), Chainsaw Man si fonda sulla Soggettivazione. Denji non deve imparare a salvare il mondo; deve imparare a essere un “Io” in un mondo che lo ha sempre trattato come un “Esso” (un oggetto, un attrezzo, un cane).

1. Il Grado Zero dell’Esistenza: Denji e la Fame

All’inizio della storia, Denji vive in una condizione che il filosofo Giorgio Agamben definirebbe “Nuda Vita”: una vita spogliata di ogni diritto, ridotta a pura sopravvivenza biologica. Vendere i propri organi (un rene, un occhio, un testicolo) non è solo una scelta disperata, è la prova che per il sistema Denji è solo una somma di parti ricambiabili.

La sua “filosofia della marmellata” è un atto di ribellione radicale. In un mondo di demoni millenari e complotti governativi, desiderare una colazione decente è l’unica cosa che tiene Denji ancorato alla realtà. È l’Edonismo di Sussistenza: quando non hai nulla, il piacere sensoriale è l’unica prova della tua esistenza.

2. Makima: La Dea del “Biopotere” (Foucault)

Makima è l’incarnazione del concetto di Biopotere di Michel Foucault: il potere che non si limita a punire, ma che “gestisce” la vita, la salute e i desideri della popolazione per i propri scopi.

  • Il Controllo attraverso il Nutrimento: Makima dà a Denji cibo, vestiti e uno scopo, ma lo fa per trasformarlo in un animale domestico. Il suo “amore” è condizionato: “Un cane non ha bisogno di pensare, deve solo obbedire”.
  • L’Utopia Vuota: Il piano di Makima di eliminare la Morte, la Guerra e la Fame attraverso il potere di Chainsaw Man è il culmine del Totalitarismo Benevolo. Se elimini il negativo, elimini anche la capacità umana di scegliere. Senza il male, il bene diventa privo di significato. Makima vuole un’umanità senza attriti, una macchina perfetta dove lei è l’unico operatore.

3. La Dialettica tra Servo e Padrone (Hegel)

Il rapporto tra Denji e Makima è una versione distorta della “Dialettica Servo-Padrone” di Hegel. Il Padrone (Makima) ha bisogno del riconoscimento del Servo (Denji) per sentirsi tale, ma non può riconoscerlo come suo pari. La tragedia di Makima è che lei desidera disperatamente un rapporto paritario con qualcuno (Chainsaw Man/Pochita), ma la sua natura di “Diavolo del Controllo” le impedisce di relazionarsi con gli altri se non attraverso catene. Lei è prigioniera del suo stesso potere: può solo dominare o essere dominata, non può mai “incontrare” l’altro.

4. Pochita e l’Amore come “Sogno Condiviso”

Il patto tra Denji e Pochita rompe ogni logica utilitaristica. Pochita non chiede a Denji di sacrificarsi per un ideale, ma gli chiede di vivere e sognare. Questo è il cuore della filosofia di Fujimoto: la salvezza non risiede nelle grandi ideologie, ma nella capacità di desiderare. Pochita dà il suo cuore a Denji affinché Denji possa continuare a desiderare le piccole cose. L’anima (o il “cuore”) in Chainsaw Man non è qualcosa di spirituale, è la facoltà di avere un desiderio proprio, autonomo dal controllo sociale.

5. Il Significato del “Mangiare”: Metabolizzare il Trauma

Il finale della prima parte (il pasto finale di Denji) è uno dei momenti più densi di significato della storia dei manga. Non è solo un atto horror; è una soluzione filosofica al problema del Controllo.

  • L’Unione Definitiva: Denji capisce che non può sconfiggere Makima con l’odio, perché l’odio è ancora una forma di legame che lei può controllare.
  • L’Atto di Consumo Etico: Mangiandola, Denji la “metabolizza”. Diventa un tutt’uno con lei, ma alle sue condizioni. È l’accettazione del trauma: invece di farti controllare dal tuo passato o dai tuoi oppressori, li rendi parte di te e vai avanti. È il superamento definitivo della posizione di “cane”: Denji smette di aspettare che qualcuno lo nutra e decide lui cosa consumare per diventare un uomo.

6. Power e la scoperta dell’Empatia

Non possiamo dimenticare Power. Il suo rapporto con Denji è la prova che l’identità si costruisce attraverso la cura dell’altro. Entrambi iniziano come esseri egoisti e animaleschi, ma scoprono che la sofferenza per la perdita di un amico è ciò che li rende “persone”. Il legame tra loro non è sessuale né ideologico: è una fratellanza nata dal dolore condiviso. Questo è il messaggio finale di Fujimoto: siamo “umani” non perché pensiamo grandi pensieri, ma perché soffriamo quando chi amiamo scompare.